Portare la ricerca accademica all’interno del mondo industriale non è un’impresa semplice, ma è proprio lavorando in questa direzione che Sara Evangelisti ha costruito la sua traiettoria professionale. Laureata in Ingegneria Meccanica presso l’Università di Pisa, Sara rappresenta infatti un esempio di come la solida preparazione tecnica del nostro Ateneo possa tradursi in una carriera di impatto in settori ad altissima specializzazione tecnologica.
Oggi R&D Director e Project Manager presso Gas & Heat, realtà d’eccellenza nel settore navale e dell’energia, Sara coniuga competenze analitiche e visione strategica per affrontare le sfide della transizione energetica.
In questa intervista per la nostra rubrica Vox Alumni, ci racconta il suo percorso, l’importanza di un approccio orientato all’obiettivo, la sua esperienza nel conciliare la leadership tecnica con una dimensione personale dinamica e la determinazione necessaria per abbattere gli ostacoli strutturali che le donne affrontano ancora oggi nei settori STEM.
Ciao Sara, partiamo dalle origini. Ci racconteresti, in breve, le tappe salienti della tua formazione accademica presso il nostro Ateneo e il tuo ingresso nel mondo del lavoro?
Mi sono iscritta a Ingegneria Meccanica nel 2000 e ho beneficiato fin da subito dell’entrata in vigore del nuovo ordinamento triennale più specialistica. Agli inizi del millennio, la percentuale di donne iscritte a Ingegneria Meccanica era di circa il 5% e io ho avuto anche la fortuna di condividere questo percorso con una delle mie migliori amiche. Ci siamo laureate nel 2007 con una tesi sperimentale, svolta dopo sei mesi trascorsi alla TU Delft grazie al programma Erasmus. Sei mesi dopo la laurea, al termine di un breve contratto post-laurea presso il Dipartimento di Tecnologia dell’Università di Pisa, sono entrata in azienda come project manager junior.
Guardando al tuo passaggio dall’accademia al mondo produttivo, qual è stato il momento di svolta o l’incontro decisivo che ha dato una direzione chiara alla tua carriera?
Il mio primo percorso in azienda non è durato molto. Sentivo il desiderio di proseguire con un’esperienza di approfondimento in ambito accademico, perché non mi sentivo ancora pronta a inserirmi in un contesto troppo settoriale e mi piaceva l’idea di continuare a esplorare le diverse aree e i diversi settori che avevo solo sfiorato durante il percorso di studi. Così, dopo un anno in azienda, sono tornata all’Università, dove ho frequentato prima un Master di II livello e poi ho iniziato un dottorato in Tecnologie per l’Energia e l’Ambiente presso l’Università La Sapienza di Roma. Grazie alla borsa di studio, quel percorso mi ha portata a trascorrere un anno e mezzo all’estero, alla UCL di Londra. Da lì, sono rimasta altri tre anni nel mondo accademico, questa volta come ricercatrice a progetto, avendo la possibilità di approfondire gli aspetti della ricerca che più mi interessavano. Sono poi rientrata in azienda nel 2015, sentendomi finalmente pronta a dedicarmi a un ruolo più operativo.
Dall’esperienza del Dottorato alla gestione di progetti complessi in Gas & Heat: che ruolo ha avuto la ricerca nel tuo percorso e in che modo quella forma mentis continua a guidare il tuo lavoro quotidiano oggi?
L’esperienza maturata durante il dottorato e negli anni come ricercatrice è stata fondamentale per la mia formazione. Innanzitutto, perché un percorso di dottorato ti mette di fronte alla gestione di un problema complesso, nel quale devi fare affidamento, per la maggior parte, sulle tue sole forze. Inoltre, il lavoro in ambito accademico permette di osservare le problematiche da prospettive molto diverse rispetto a quelle tipiche del mondo industriale, e portare poi quelle prospettive in azienda è stato per me un valore aggiunto. Questo mi ha permesso di trasferire in parte quell’approccio anche nel contesto aziendale, arrivando, anni dopo, a istituire il dipartimento interno di R&D, che oggi gestisce tre progetti di ricerca cofinanziati da fondi pubblici e un progetto finanziato da fondi privati.
Attraverso le responsabilità che ricopri oggi, cosa hai scoperto di te stessa come professionista che non avevi ancora pienamente focalizzato durante gli anni dell’Università?
Sicuramente lavorare in azienda, in un settore come quello energetico, strettamente connesso agli eventi geopolitici, porta il singolo a confrontarsi con vincoli di spesa e responsabilità diversi rispetto al mondo accademico. La libertà creativa che caratterizza l’accademia, e che diventa un punto di forza del ricercatore, può talvolta essere percepita in ambito aziendale come un aspetto non sempre positivo. D’altro canto, però, riuscire a portare un po’ di accademia nell’industria, lavorando su progetti di sviluppo in collaborazione con università italiane ed estere e mantenendo al tempo stesso un approccio molto orientato all’obiettivo, crea secondo me l’ambiente ideale per vedere realizzate idee che difficilmente un ricercatore puramente accademico riuscirebbe a concretizzare in un arco temporale limitato.
Spesso si parla di conciliazione vita-lavoro: nel tuo percorso, quali strategie o cambiamenti di prospettiva ti hanno permesso di far convivere con successo la crescita professionale e la dimensione personale, trasformandole in due ambiti che si alimentano a vicenda?
Sono sempre stata definita una “workaholic” da tutti i componenti della mia famiglia, amici compresi, ma questo non mi ha impedito di costruire una famiglia e di avere oggi due figlie di 10 e 12 anni. La domanda, però, la farei a loro tra cinque o sei anni, per capire se la penseranno allo stesso modo! Quando fai un lavoro che ti piace, ti appassiona e ti dà anche la giusta remunerazione economica, la “conciliazione”, a mio parere, viene da sé.

Il settore dell’ingegneria sta vivendo un’importante evoluzione culturale verso una maggiore inclusività e il contributo delle donne nelle discipline STEM è finalmente riconosciuto come un motore fondamentale di innovazione. Dal tuo osservatorio privilegiato, quali pensi siano i punti di forza e le prospettive peculiari che una visione femminile porta nel mondo dell’ingegneria? Quali aspetti del tuo modo di intendere la professione credi possano essere d’ispirazione per le giovani studentesse che aspirano a diventare le leader tecniche di domani?
Questa domanda mi sta particolarmente a cuore, perché penso che ancora oggi ci siano molti ostacoli da superare per una ragazza che abbia l’ambizione di dare il proprio contributo nel settore ingegneristico. Purtroppo vale ancora il principio secondo cui una donna, per essere ascoltata da un gruppo di uomini, debba presentarsi sapendo sempre qualcosa in più dei propri interlocutori. Per questo le donne con cui mi trovo a interfacciarmi nel mio lavoro sono quasi sempre eccellenti nei rispettivi ruoli: in genere sono un po’ delle “sopravvissute”. La soddisfazione più grande è poter lavorare con colleghi uomini che non fanno differenze di approccio, ma che comprendono, conoscendo e frequentando quell’ambiente, lo sforzo in più che una donna deve inevitabilmente compiere per sedersi a quel tavolo. Il consiglio migliore che posso dare a una ragazza che oggi vuole avvicinarsi al mondo STEM industriale è di avere fiducia in sé stessa e di andare avanti con determinazione e passione per raggiungere quegli obiettivi che, sicuramente, arriveranno.
Oggi molti giovani temono di non trovare la propria strada o di non realizzarsi nel mondo professionale: quale consiglio ti senti di dare loro per affrontare il futuro con fiducia?
Il mondo del lavoro di oggi non è lo stesso di quando ho iniziato io e sicuramente il contesto è molto più complesso rispetto a qualche anno fa. Tuttavia, credo ancora che una laurea in Ingegneria o in materie STEM, seppur magari con qualche anno di ritardo, ripaghi dello sforzo fatto per ottenerla. Ci sono tanti spazi per le nuove generazioni, nate e cresciute nel mondo digitale, e credo anzi che saranno determinanti nel definire nuove prospettive di cui tutti noi, non più giovani, abbiamo estremamente bisogno.
